La ricerca di lavoro

Quanto possiamo venderci?

di Lorenzo Cavalieri Manager Partner at Sparring.      

Trovare lavoro significa farsi scegliere, valorizzare il nostro curriculum, le nostre esperienze, le nostre competenze. In una parola vendersi.


Nella nostra cultura l’espressione vendersi porta con sé alcuni significati disdicevoli, dal mercenario al truffaldino. In realtà se partiamo dall’etimologia la parola “vendere” ha una radice molto più nobile: “venum dare”, dare valore.


In questa prospettiva quando nascondiamo le occhiaie con il trucco o scegliamo una particolare pettinatura, ci stiamo valorizzando, ci stiamo vendendo.


Traslando questo ragionamento nel processo di ricerca di un lavoro la sfida per ciascuno di noi diventa trovare la risposta alla domanda
Fino a quanto è lecito vendersi? Quanto “caricare” il nostro curriculum, il nostro profilo, il racconto delle nostre imprese?


Nella mia esperienza sperimento quotidianamente una crescente distanza tra l’immagine che le persone lasciano emergere nelle loro autorappresentazioni sul web e l’immagine che si delinea invece nel dialogo reale. Baldanzosi e molto “pompati” nei curriculum, sui social, su YouTube, moderati e umili, al limite dell’insicurezza nei colloqui o negli scambi via mail.


Il discrimine sta nel concetto di relazione, di confronto con gli altri.

Nelle vetrine, dov’è non c’è relazione vera mi sento libero di caricare “il trucco”, quando invece c’è relazione con altri esseri umani scelgo un profilo più basso.
“Vendersi” su una piattaforma digitale o nell’archivio curriculum di una direzione risorse umane è gratis fino a quando non entro in relazione con qualcuno che mi chiama o mi scrive. 

Le cose cambiano quando qualcuno decide di entrare in relazione con noi attraverso una mail o una telefonata. A quel punto “mostrare i muscoli” non è più gratis perché significa promettere qualcosa: «l’ho già fatto, lo so fare, posso farlo per te».


In effetti vendere significa sempre promettere. E promettere a sua volta significa confrontarsi con la paura di deludere, con l’ansia derivante dal possibile non avverarsi della promessa. È per questo motivo che quel professionista che sul web ci sembra un campione, dal vivo diventa spesso un pulcino impaurito che mette le mani avanti: «
Sì, l’ho già fatto però era una cosa molto semplice se devo essere sincero, siamo una realtà piccola…».

Fenomeni quando siamo in vetrina, dimessi e impacciati quando ci guardiamo negli occhi. Una combinazione molto sgradevole.


E allora quanto possiamo osare nel “venderci? Quanto trucco mettersi la mattina davanti allo specchio?

Citando il celebre film “Tre uomini e una gamba” è meglio dire “Lavoro nella meccanica di precisione, tecnologie avanzate al servizio di progettazioni specifiche” oppure dire “Lavoro in un negozio di ferramenta”?


La risposta più semplice è che la “promessa di valore” che facciamo sul CV deve essere uguale a quella che siamo in grado di sostenere dal vivo. 

Questa regola di buon senso non deve però portarci a tirare troppo il freno, ad essere troppo cauti nella nostra auto promozione. In questa prospettiva è bene ricordare alcuni aspetti:


1) Chi ci sceglie è portato naturalmente a “fare la tara” rispetto alle nostre promesse. Dà per scontato che gli abbiamo raccontato il meglio e che gli abbiamo nascosto the dark side of the moon.

2) Chi ci sceglie come in qualsiasi processo d’acquisto, ha bisogno di entusiasmarsi. Un approccio troppo “piatto” e prudente ci impedisce di essere notati.

3) Chi ci sceglie apprezza la nostra capacità di valorizzarci perché può immaginare che utilizzeremo questa competenza anche quando lavoreremo per lui.

4) Come abbiamo visto vendere significa promettere. E promettere significa prendere degli impegni, anche con noi stessi, spronarsi ad andare oltre i propri limiti, ad alzare l’asticella dei propri obiettivi. Questo significa più energia e più motivazione. Insomma promettere (senza eccessi) ci fa decisamente bene.

 

Il tuo CV cosa promette?

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